Nella seconda metà del 1700 Maria Teresa d'Austria, sovrana del riformismo illuminato, invia a Milano, come Governatore Austriaco della Lombardia, il figlio prediletto Ferdinando II. Egli ha il compito di rappresentare la casa d'Austria a Milano, "... perno dell'influsso imperiale in Italia..." e assolvere, attraverso lo sfarzo della sua corte, a quelle funzioni di rappresentanza, indispensabili a consolidare il potere degli Asburgo nella regione, secondo un preciso piano politico perseguito dagli stessi Asburgo nel corso di tutto il secolo.
La presenza del principe a Milano influisce notevolmente sul destino della città, tanto che, in una lettera al fratello, Alessandro Verri così annota "... io mi immagino che sia già mutato assai il tono del paese colla presenza della Corte: da città di provincia siamo diventati capitale...". Ferdinando, insomma, dà un'impronta profonda e personale alla vita politico-amministrativa della città attraverso importanti e complesse riforme e contribuisce in maniera decisiva a ridisegnarne e riqualificarne gli spazi. Il perno ed il nuovo assetto urbano sarà il "sistema di reggie" - il palazzo di città e la dimora di campagna - collegate dall'asse viario che passa dalla Porta Orientale.
Affrontato e felicemente risolto il problema della residenza a Milano, con l'adattamento della Corte Ducale in "comoda abitazione" dell'Arciduca, Ferdinando, già nel 1775, prende in considerazione l'ipotesi di una casa di campagna dove "...passare fuori di città la calda stagione...".
L'incarico viene affidato al Piermarini, insignito del titolo di Architetto Arciducale e Camerale, Ispettore delle Fabbriche dello Stato, per aver brillantemente portato a termine la ristrutturazione dell'antico Palazzo Ducale. Il Vanvitelli, raccomandandolo alla corte austriaca, di lui così scrive: "...il mio discepolo Signor Giuseppe Piermarini darà a conoscere che non invano é stato sotto la mia direzione ad apprendere la difficilissima professione dell'architetto...". Determinante fu infatti per il Piermarini, la collaborazione con il Vanvitelli alla Reggia di Caserta, della quale trasse quelle regole espressive e quella metodologia progettuale che ne fecero "l'arbitro del fare architettonico a Milano".
La scelta del luogo dove erigere la dimora estiva dell'Arciduca cade su Monza e una lettera di Firmian degli inizi del 1777, con la quale il Plenipotenziario Imperiale in Lombardia sottopone i primi progetti dell'architetto folignate al parere della corte viennese, spiega tale scelta. Firmian, parlando di Monza dice che "...l'aria é generalmente riputata assai buona per essere alle falde del monte di Brianza..." e sottolinea il "...vantaggio di avere una villa in una situazione che in così discreta lontananza dalla città é certamente la più felice e per la salubità dell'aria e per l'amenità del paese circonvicino...".
Riferendosi, poi, ai progetti, commenta che si é "... procurato di combinare nel miglior modo una conveniente decenza colla possibile economia, lasciando da parte ogni magnificenza d'ornato e superfluità di lusso e riducendo il fabbricato al puro bisogno della corte e della famiglia Arciducale".
L'assenso al progetto ed il benestare all'investimento di ben 70.000 zecchini, successivamente aumentati di altri 35.000 per consentire la realizzazione dei giardini, fa si che la casa di campagna voluta inizialmente da Ferdinando venga sostituita dal ben più ambizioso disegno di una reggia vera e propria in grado di rappresentare il potere sovrano degli Asburgo.
La Villa può considerarsi quasi conclusa dopo solo tre anni di alacre lavoro grazie all'esperta direzione del Piermarini, al quale Ferdinando, dopo una visita in cantiere, invia, per riconoscenza, "...una scatola d'oro e un anello alla moderna di smalto blu, circondato con 22 belli brillanti e nel mezzo un diamante".
Nel 1780 Maria Teresa muore e Ferdinando deve affrontare il difficile rapporto con il fratello Giuseppe II, che ha una diversa concezione della sovranità , tutta rivolta al bene del popolo. Questo influenza non poco i lavori intorno alla Villa che andranno d'ora in poi nel senso del pubblico interesse. La realizzazione dei due viali verso Milano e verso il borgo di Monza sono sintomatici di questo nuovo indirizzo.
Con la morte di Giuseppe II nel 1790 cessano definitivamente ulteriori ampliamenti e abbellimenti. La Villa vive anni di splendore sino all'arrivo dei francesi a Milano che vi insediano un reggimento di ussari dando così avvio a quell'alternarsi di vicende storiche che la vedranno perdere "identità e senso quando non potrà più essere rapportata alla società di corte ed al potere politico che attraverso di essa ed in forme cortigiane si esprime".
Ed é proprio questo suo simbolo di un potere da sradicare che la rende invisa ai francesi. Venduta ad un privato per essere demolita, é successivamente oggetto di rivalutazione da parte del Governo Francese grazie alla vibrata protesta di un semplice cittadino che grida allo scandalo per l'abbattimento di uno "dei più magnifici monumenti della Lombardia, e senza esagerazione per molti riguardi, di tutta l'Italia".
Rimasta ai francesi diventa Villa della Repubblica ed é occupata da reparti militari. Le ricche sale decorate dall'Albertolli, dal Traballesi e dai migliori artisti dell'epoca vengono ridotte in uno stato talmente precario da quest'uso improprio e devastante, da richiedere urgenti interventi di manutenzione.
Il Vice Presidente della Nuova Repubblica, Francesco Melzi d'Eril, che abiterà saltuariamente la Villa dal 1803, così ne descrive lo stato: "...assai malconcio: giardini affatto rovinati, mobili distrutti o consumati, bisogna in tutto di riparazioni la casa". I lavori di ripristino, avviati dallo stesso Melzi d'Eril, proseguono con ritmo incalzante, motivati anche dall'esigenza di sistemare l'edificio monzese per un possibile soggiorno di Napoleone.
Con l'incoronazione di Napoleone del 1805, avvenuta nel Duomo di Milano con la Corona Ferrea, Monza assurge al titolo di "città imperiale" e anche la Villa, ormai completamente riadattata, riacquista l'originario ruolo di rappresentanza.
Nell'agosto del 1805 Eugenio Beauarniers "...venne a dimorare in questo Palazzo Reale ... con il seguito, il quale é molto maestoso sì in riguardo alle Persone che stanno in sua compagnia, che per il treno di cavalli, carrozze, e per la servitù vestita in gran Gala".
Visite di grandi personaggi, ricevimenti, udienze, animano la Villa, chiamata da quel momento Reale.
Negli anni di dominio francese l'architetto Canonica, che subentrò al Piermarini nel 1797, realizza alcuni importanti interventi riguardanti il complesso monzese, come la doppia recinzione, i corpi di guardia ed il teatrino, ma primo tra tutti costituisce, per decreto napoleonico, il vasto parco in estensione ai Giardini Reali.
Ad un nuovo periodo di relativo abbandono, che ha inizio nel 1814 con il ritorno delle truppe austriache, seguiranno quarant'anni di vita intensa per la Villa grazie alla figura di Raineri, Viceré del Regno Lombardo-Veneto, che si stabilirà a Monza dal 1818. Numerosi interventi, anche di notevole portata, verranno condotti, ad opera dell'architetto Giacomo Tazzini, Ispettore delle Pubbliche Costruzioni, nei corpi di fabbrica, nel parco e nei giardini.
Sono quest'ultimi in particolare a godere l'attenzione del Viceré, esperto in botanica, che seguirà da vicino l'operare dei giardinieri Rossi e Manetti, con risultati di notevole interesse.
Occupata nel 1848 dai militari di Radetsky, la Villa ritorna ad essere sede di una corte sfarzosa soltanto dal 1857 al 1859, durante il breve soggiorno monzese dell'ultimo rappresentante della casa d'Austria, Massimiliano I d'Asburgo, fratello di Francesco Giuseppe.
Con la proclamazione del Regno d'Italia, Milano decade dal ruolo di capitale e la Villa, svincolata da funzioni di rappresentatività di stato, per la prima volta nella sua storia diventa veramente luogo di villeggiatura; residenza privilegiata, però, perché Umberto I, che vi risiede dal ...., é legato in modo particolare a Monza dove lo attira l'amenità della residenza immersa nel verde, il fascino del parco in cui cacciare e cavalcare e la felice prossimità di Villa Litta di Vedano, residenza della Duchessa Eugenia Attendolo Bolognini Litta.
"Appassionato di Monza ogni anno vi profondeva spese e restauri e migliorie e lavori artistici sotto la fine direzione del suo Architetto Achille Majnoni d'Intignano, il quale rispettando allo scrupolo quanto v'era di originale opera del maestro Piermarini, modificò però qualche volta radicalmente certe sale e decorazioni e mobiglio , assolutamente incompatibile in una artistica regale residenza".
Alla fine dell'800, infatti, il Majnoni, il Marchese di Villamarina e l'architetto Tarantola operano una serie di trasformazioni mirate a conferire ai locali della Villa una sontuosa e ricercata comodità, ottenuta spesso a scapito del raffinato gusto estetico settecentesco.
L'uccisione di Umberto I, avvenuta proprio a Monza il 29 luglio 1900, pone definitivamente fine alla contrastata e alterna esistenza della Villa come dimora regale.
Vittorio Emanuele III, immediatamente dopo i funerali del Re, dà disposizioni di chiudere l'edificio e di non consentirvi l'accesso ad alcuno: "E' volere di S.M. il Re che uscita la salma del compianto Re Umberto dalla villa di Monza, questa rimanga, fino al nuovo ordine, chiusa a qualunque estraneo al servizio". Da quel momento il lento, ma inesorabile declino. Passata al demanio dello Stato nel 1919 e data in concessione d'uso ai Comuni di Milano e Monza nel 1921, vede un primo momento di fervore culturale.
Gli spazi interni, ormai completamente svuotati dall'arredo, disperso tra i Comuni, Enti e Ministeri vari, vengono usati dal 1923 al 1930 come sede di edizioni della Biennale delle Arti decorative e Industriali Moderne, la futura Triennale di Milano. Nelle sue prestigiose sale, tra gli stucchi, gli ori, le preziose tappezzerie trovarono posto opere di arte moderna, "qui il 900 e il movimento razionalista iniziano a scontrarsi e a confrontarsi".
Ma queste manifestazioni, seppur di livello, diedero avvio ad un'ulteriore spogliazione della Villa, quella relativa agli arredi fissi: porte, boiseries, camini, specchiere e quant'altro poteva intralciare l'allestimento delle sale, venne smantellato e accatastato nei depositi della Villa.
Trasferita la Triennale a Milano, chiusa nel 1929 l'Università delle Arti Decorative che aveva trovato posto nelle scuderie, la Villa, dapprima abbandonata, viene occupata, nel corso della seconda guerra mondiale, dalle truppe e dai senzatetto. Successivamente ospita, insieme alle più disparate manifestazioni, ben 43 edizioni della Mostra Internazionale dell'Arredamento che "violenta con i propri allestimenti il piano nobile ed il primo piano (della Villa) abbandonando poi, fino all'anno successivo, con gravissimi pericoli di incendio, i resti del festino".
Allontanata definitivamente la M.I.A. nel 1990, Stato e Comuni cercano di superare la lunga diattriba sulla proprietà concordando un uso dei prstigiosi spazi che possa restituire al complesso se non le funzioni che l'hanno vista protagonista di un secolo di storia, almeno la dignità ed il ruolo europeo che le sono consoni.
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