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Storia dei tesori

Il nucleo più antico del Tesoro risale al tempo della fondazione teodelindea della Basilica di S.Giovanni Battista ed era costituito da arredi sontuosi per l'ornamento del sacro edificio e per l'esercizio del culto, ma anche da preziose reliquie testimonianti la pietà devozionale di Teodolinda. Fra queste si conservano 26 ampolle paleocristiane in vetro (Roma sec. IV-VII) contenenti olio prelevato dalle lampade nelle cripte dei martiri delle catacombe romane. I recipienti presentano forma, colore e misure differenti. Quattordici conservano il tappo di lino e cera e alcuni recano, legato al collo, un frammento di papiro con il nome dei martiri, dei quali si evoca il ricordo.

Si conserva anche il catalogo degli oli contenuti nelle ampolle, scritto su un papiro da Giovanni, messo il Teodolinda, inviato a Roma da Gregorio Magno per procurare le reliquie. Conosciuto come "notula"costituisce una rara testimonianza del culto dei martiri cristiani romani nel VII secolo e presenta un grande valore topografico riguardo ai cimiteri suburbani di Roma.
 
Un altro eccezionale gruppo di reliquie è costituito da 16 ampolle in piombo e stagno e da un medaglione in terra cotta al sole, raffigurante un'Annunciazione, provenienti dalla Terrasanta. Le ampolle contenevano piccole quantità di olio delle lampade che ardevano nei santuari palestinesi ed erano introdotte in Occidente dai pellegrini, che attribuivano loro qualità taumaturgiche. Di forma lenticolare, erano ricavate da matrici di pietra e recano raffigurazioni di episodi evangelici. I soggetti più frequenti, rappresentati a rilievo leggero, sono la Crocefissione, l'Ascensione, la Resurrezione, l'Adorazione dei magi e dei pastori, la Vergine in trono con il Bambino.

Un episodio isolato è costituito dalla scena dell'incredulità di S.Tommaso. In alcuni casi compare solo una croce sotto un arco, circondata, da dodici stelle e dai volti degli Apostoli. Lungo il bordo di almeno una delle due facce dell'ampolla corre una scritta in greco maiuscolo che indica il contenuto, la provenienza, la funzione. All'interno di alcune scene si leggono brevi frasi tratte dai Vangeli con funzione didascalica. La scena della Resurrezione riveste un particolare interesse in quanto il Santo Sepolcro è rappresentato come il santuario eretto da Costantino sulla caverna scavata nella roccia. I motivi raffigurati si ispirano probabilmente a modelli che decoravano i principali santuari della Palestina, ma rivelano notevoli affinità stilistiche con i prodotti dell'oreficeria e della numismatica tardo imperiale e bizantina.
 
Problematica è l'attribuzione di cinque sporte di foglie di palma intrecciata, due delle quali conservano una decorazione policroma. La presenza in un inventario del 1042 come "sporte degli Apostoli" le ricondurrebbe all'area medio-orientale e ai primi decenni del cristianesimo. Tuttavia non si può escludere la possibilità che questi oggetti si riferiscano all'uso, presso la chiesa di Roma, di donare una "sportula"con del cibo ai partecipanti alle agapi sacre, al termine delle funzioni celebrate presso i cubicula dei martiri cristiani nelle catacombe romane. In ogni caso la datazione le colloca in epoca paleocristiana.

Difficile è determinare l'esatta consistenza della donazione Teodolindea nell'atto della fondazione: l'unica fonte, l'Historia Langobardorum di Paolo Diacono, ne fa un breve cenno. Attualmente sopravvivono alcuni preziosi arredi che la tradizione, avvalorata da riscontri stilistici, fa risalire alla sovrana longobarda. La Corona di Teodolinda, di funzione votiva, costituita da una fascia d'oro con cinque ordini di gemme e madreperle e un orlo di filo perlinato lungo i margini, presenta forellini lungo i bordi superiore e inferiore per la sospensione mediante catenelle e per agganciarvi dodici pendenti. Rappresenta un raro esempio dell'arte longobarda del VI-VII secolo, che si richiama a modelli tardoromani e bizantini.

La Croce votiva di Agilulfo, in oro, con sei pendenti a goccia, ornata di gemme e perle dai singolari castoni a giorno e contor- nata da una bordura di piccole perle e filo d'oro perlinato, è concordemente assegnata agli anni intorno al 600. L'esuberanza decorativa, unita all'armonia strutturale, tradiscono un gusto bizantineggiante che non esclude l'esecuzione di questa splendida crux gemmata in un laboratorio locale forse milanese. Anche la Tazza di zaffiro è associata dalla tradizione al ricordo della regina, che l'avrebbe usata per compiere il rito del fidanzamento con il secondo marito, Agilulfo, nell'incontro di Lomello. La coppa in vetro soffiato e molato color blu cobalto, è un pregevole prodotto dell'arte vetraria romana (sec.I), mentre il fusto rinascimentale, elegantissimo, in oro fuso e cesellato, è di restauro (fine sec. XV).

La Chioccia con sette pulcini, in argento dorato e gemme per gli occhi è uno dei pezzi piùaffascinanti ed enigmatici del Tesoro. La chioccia è realizzata mediante una tecnica raffinata, a sbalzo e cesello, che riproduce con efficacia e naturalezza il piumaggio e i dettagli anatomici del volatile. I pulcini si contraddistinguono per una maggiore stilizzazione e sembrano ottenuti per fusione di due metà, saldate e decorate mediante una punzonatura semilunare. Tra le diverse interpretazioni riferite a questo gruppo la piùplausibile, supportata da numerosi riscontri iconografici paleocristiani e altomedievali, lo identifica con un simbolo della Chiesa che protegge i fedeli. Riguardo alla datazione dell'insieme, l'ipotesi più attendibile lo riferisce a Teodolinda anche se la chioccia, distinta dalla resa più naturalistica, potrebbe essere di origine tardoantica.

La tradizione attribuisce alla sovrana longobarda anche: il Flabello e il Pettine. Il primo, di forma circolare, in pergamena purpurea decorata con motivi vegetali stilizzati in inchiostro d'oro e d'argento, presenta una scritta dedicatoria, in capitale, in oro molto consunta lungo il bordo superiore. La pergamena, ripiegata a soffietto, era introdotta in una custodia di legno ricoperta da lastrine d'argento sbalzato con motivi fitomorfi che richiamano la decorazione del ventaglio. Se l'assegnazione della pergamena al tempo di Teodolinda è ampiamente accettata, più problematica sembra essere la datazione della custodia, (epoca longobarda, sec. IX-X, sec. XIV-XV). D'altra parte il modello decorativo, il precario stato di conservazione e la complementarietà dei due pezzi farebbero propendere per la contemporaneità.
 
Contrastata è anche la datazione del Pettine in avorio con una complessa montatura d'argento parzialmente dorato e gemme. Non privo di giustificazione è il richiamo alle oreficerie longobarde di Nocera Umbra e Castel Trosino per le soluzioni decorative a volute di filigrana con inserimento di perline. Recentente è stato ribadito anche l'accostamento ad oreficerie carolinge del Tesoro di Monza.

Nel 603 in occasione del battesimo del figlio di Teodolinda, Adaloaldo, il papa Gregorio I inviò alla sovrana una stauroteca "cumn ligno sanctae crucis Domini"e un evangelario custodito in una "theca persica". La tradizione identifica questi doni con la Croce di Adaloaldo e con la Legatura di Teodolinda. La piccola croce pettorale (sec. VI-VII) è costituita da una lastrina d'oro su cui è incisa a niello una Crocefissione di stile siriaco: il Cristo, ancora vivo, crocefisso con i piedi disgiunti, veste un kolobion addogato; sta tra la Vergine e l'Apostolo Giovanni ai quali è rivolta la citazione evangelica scritta in lettere greche: "Ecco tuo figlio, Ecco tua madre". In alto sopra il cartiglio sono stilizzati i simboli del sole e della luna. Il niello è protetto anteriormente da uno spesso cristallo di rocca sagomato e chiuso posteriormente da una lamina d'oro cesellata, ornata di fregi vegetali di gusto barbarico su fondo a "pointillè". Volute di filigrana e robuste graffe trattengono il cristallo.
 
La sontuosa legatura in lamina d'oro, gemme e cammei donata da Teodolinda alla Basilica di S.Giovanni, è stata riconosciuta come la theca persica citata da Gregorio I. La disposizione delle decorazioni su entrambi i piatti è simmetrica: su un impianto classico, caratterizzato da un estremo rigore compositivo, si innestano motivi tipici dell'arte barbarica e richiami a forme bizantine.

Ogni lastra è ripartita in quattro campi da una grande crux gemmata, circoscritta da una cornice di granati in alveoli a stelle e cerchietti. Al centro di ogni campo in un secondo tempo fu incastonato un cammeo, sottolineato da una decorazione ad angolo che ripete il motivo della cornice. I due cammei verdi sono di restauro (1773) i rimanenti sei sono classici. Attraverso ognuno dei quattro campi è fissato un listello in oro su cui è incisa la scritta dedicatoria.
 
Ancora a Teodolinda si fanno risalire alcuni frammenti lamellari, una barretta di fibula, una lastrina ad angolo, otto borchiette e tre piccole guarniture d'oro, rinvenuti nel corso di una ricognizione del sarcofago della regina nel 1941. Tra questi reperti il piùsignificativo è la barretta semicilindrica cesellata con intrecci zoomorfi niellati e tre granati in alveoli circolari, del secondo Stile Salin.
 
Con la morte di Teodolinda Monza trascorse un periodo di oscurità, dal quale si riprese agli inizi del secolo X, sotto il regno di Berengario, che accrebbe il Tesoro con una cospicua donazione di arredi sfarzosi e oggetti liturgici. L'esatta consistenza del tesoro della cappella di Berengario a Monza è data da due inventari scritti negli ultimi fogli di un Sacramentario del sec. IX, conservato presso al Biblioteca Capitolare. Di quella donazione fanno parte tre dittici d'avorio. Quello di Stilicone, capolavoro della "rinascenza teodosiana", fu eseguito intorno all'anno 400; raffigurati frontalmente, in piedi entro architetture stilizzate, stanno il generale vandalo, in veste di "magister militum", la moglie Serena, ingioiellata e con una rosa tra le dita, il figlio Eucherio in posa oratoria. La raffinata tecnica d'intaglio a tenue rilievo, l'attenzione al particolare e l'equilibrio generale, rivelano un'origine da un ambiente di cultura classica, probabilmente Milano.
 
Il dittico del poeta e della musa, o "di Claudiano"(fine V sec. - inizi VI), raffigura un personaggio possente, dal capo rasato, coperto da un'ampia toga, seduto e intento all'ascolto della musa, vestita di chitone e "himation", nell'atto di toccare le corde di una lira con un plettro. La scena è ambientata in un'esedra dove la linea spezzata dell'architrave, sormontato da due frontoni a conchiglia e sorretto da colonne tortili, lascia intuire la ricerca della prospettiva. La robustezza e la sinuosità dell'intaglio, il realismo della rappresentazione e l'esuberanza delle decorazioni ci conducono ad un ambito orientale, forse Alessandria.
 
Il terzo, detto "di Davide e Gregorio"è un dittico consolare del VI secolo, modificato in epoca carolingia per essere destinato a legatura del "Codice purpureo"(sec. IX). Il console è raffigurato sotto un'architettura schematica nell'atto di presenziare ai giochi dell'arena, vestito di tunica e toga picta e con la mappa circense in pugno. Un intervento successivo (secolo IX) ha modificato l'intaglio originale con l'aggiunta delle scritte "David rex, scs Gregor", dell'incipit del codice, della densa decorazione fitomorfa, della tonsura alla figura eretta.
 
Fra i doni di Berengario, il Reliquiario del dente di S.Giovanni Battista (sec. IX) è caratterizzato dalla sfarzosa decorazione che tradisce il gusto barbarico per l'eccesso. La sapiente disposizione di perle e di gemme di colore e grandezza differenti, che si irradiano da un granato centrale su un ricamo di filigrana d'oro, produce sulla fronte l'effetto di una stella a otto raggi. Due leoni d'oro affrontati costituiscono l'elaborata chiusura superiore del reliquario "a borsa". Il verso presenta una solenne crocefissione a punzone, ispirata all'iconografia bizantina, ma riconducibile a miniature tardo carolinge.
 
La Croce del regno è una grande stauroteca a bracci uguali, sui quali gemme e perle sono disposti secondo un preciso ritmo cromatico, su tre livelli rialzati da arcatelle. All'incrocio dei bracci campeggia una rosa su cui spicca uno splendido zaffiro stellato. Il dorso della croce è una lastra d'oro percorsa da volute in filigrana e scandita da tre fori per braccio, in corrispondenza di altrettante gemme. Un dischetto chiude al centro il comparto della reliquia. Dal braccio verticale pende un'ametista incisa con una figura di Diana (sec. IV a. C.). Se il gusto per l'effetto cromatico pone in stretta relazione la Croce con il Reliquiario del dente, la ricerca plastica segna una fase evolutiva che la pone in un momento di poco successivo (sec. IX-X).
 
La legatura del Sacramentario di Berengario (IX-X) è costituita da due piatti in avorio e argento, con fregi in filigrana. L'avorio è lavorato a traforo. Un piatto reca un motivo ripetuto di gusto barbarico, a cerchi intrecciati con un elemento centrale formato da quattro protomi ferine. L'altro piatto, danneggiato, presenta girali intrecciati con figure di leoni e colombe, chiuse in otto medaglioni formati da volute vegetali, secondo una tipologia derivata dalla scuola di S.Gallo.
 
Un corpus a sé stante è costituito da alcune stoffe paleocristiane e altomedievali, illustri reliquie tessili. Si tratta di tre corporali, detti "degli Apostoli"(Egitto sec. VI-VII), di lino, uno dei quali è particolarmente importante per la complessa lavorazione e per l'inserimento di cinque monogrammi e due scritte parallele in seta rossa e in caratteri greci maiuscoli. Secondo la tradizione si tratta dei "pannos consecratos"con i quali Gregorio Magno celebrò la messa sulla tomba degli Apostoli e che poi inviò come reliquie a Teodolinda.
 
Problematica risulta la datazione di una lunga striscia di lino frangiata, classificata come una "mappa" appartenuta all'abbigliamento di una matrona romana (sec. II-IV).
 
Un frammento di tunica copto (sec. VI-VII) costituito da una croce in forma di "T"in lino bianco e lane policrome, tessuta ad arazzo e cucita su uno scampolo di lino bianco, proviene dal busto reliquario d'argento (sec. XVII) di S.Gregorio Magno, come parte della sua veste sacerdotale.
 
Anche il cosiddetto Velo della Vergine (sec. VI-VII) in tela di lino bianca e seta gialla operata, sembra provenire da una manifattura mediorientale: dalla stessa area viene il cosiddetto Ricamo della Vergine (sec. X-XI) in tela di lino bianca operata a trame lanciate in seta rossa e broccate in seta bianca, così da formare una decorazione con figure stilizzate. Due mitre aurifrigiate e un fanone di mitra, con galloni in seta rossa broccata in oro, sono prodotti di una manifattura palermitana del sec. XII.
 
Con il trascorrere dei secoli il Tesoro si arricchì per nuove donazioni, ma subì anche delle perdite. Nel 1242 fu impegnato presso l'abbazia di Chiaravalle. Riscattato, fu nuovamente impegnato da Manfredo Della Torre intorno al 1277 per poi essere restituito nel 1319 da Matteo Visconti, che rifondò la basilica nell'anno 1300: l'episodio della restituzione è probabilmente celebrato nella lunetta del portale maggiore.
 
L'interesse e il favore mostrati dai Visconti per Monza corrispondono a nuove preziose acquisizioni. Anzitutto il Palliotto (1350-1357) dell'orafo Borgino dal Pozzo, che con la consacrazione dell'altare maggiore corona la prima fase edilizia del tempio. Sedici formelle d'argento sbalzato e dorato, disposte su tre registri, con una grande croce in posizione centrale, narrano le storie del Battista. Ogni episodio è inscritto in una cornice a smalto, con figure di santi nei segmenti verticali e con scritte esplicative in quelli orizzontali.

Con il sapiente ricorso allo sbalzo robusto, alle policromie degli smalti traslucidi, alla profusione di gemme, alla punzonatura dello sfondo, Borgino ottiene un effetto di notevole vivacità cromatica e luministica.
 
Il Sigillo della Fabbriceria, in argento a matrice ogivale, raffigurante S.Giovanni Battista su fondo fiorito, è un prodotto dell'arte orafa milanese della seconda metà del secolo XIV, un periodo di fervore per i lavori di ampliamento del Duomo. Evidenti sono i richiami alla statuetta del Battista (inizio sec. XV) in argento con dorature e smalti "veneziani", nella quale un orafo milanese attivo all'età di Filippo Maria Visconti ha saputo infondere con grande maestria tensione vitale e robusta caratterizzazione.
 
Il monumentale Calice di Gian Galeazzo Visconti (1396-1402) in argento dorato e smalti è un capolavoro di oreficeria. Figure di santi incise a bulino sull'ampia base e sul reggicoppa, ritratte con colori vivaci negli smalti traslucidi dello stelo, richiamano le miniature tardogotiche dei libri d'ore e degli antifonari di scuola milanese. Il nodo poi è una complessa costruzione che, con sei statuette di santi in argento fuso a cera persa, collocate in nicchie gotiche con fondo smaltato, riecheggia i capitelli "ad tabernaculos"dei piloni della cattedrale metropolitana, rivelando lo stile di Giovannino De Grassi.
 
A un altro Visconti, Estore, figlio di Bernabò e signore di Monza, apparteneva la spada in acciaio brunito con impugnatura rivestita di fili d'oro intrecciati (inizi sec. XV).
 
Al XV secolo si devono assegnare: un calice di rame dorato con snodo a bottoni d'argento, un ostensorio ambrosiano adattato a reliquiario, d'argento, nel quale si fondono i modi del tardo gotico con elementi di gusto rinascimentale; una grande pisside in argento dorato dono dei Malaspina; un secchiello liturgico in argento sbalzato e cesellato, dalle nitide ed eleganti forme rinascimentali.
 
Gravissime furono le perdite inflitte al Tesoro da Carlo V, nel 1530, e da Napoleone I nel 1797, i quali imposero alla Fabbrica un pesante tributo in oro e argento a sostegno delle loro campagne militari in Italia. Conseguentemente le testimonianze del Cinque, Sei, e Settecento che ci rimangono sono di scarso rilievo. Meritano un cenno la grande croce processionale d'argento (metà sec. XVI) con le storie del Battista sbalzate in nove riquadri al "recto"e con episodi della vita del santo monzese di S.Gerardo dei Tintori al "verso"; un grande calice in bronzo dorato con nodo esagono a nicchie con santi (fine sec. XVI), la statuetta di S.Giovanni Battista in argento fuso a cera persa, pregevole lavoro del Manierismo, donata alla chiesa, nel 1682, dal cappellano Benedetto Barzanorio. Il Calice di Szèkelymàrk, stupendo esempio d'arte orafa ungherese, in argento, filigrana, perle e smeraldi, venne eseguito nel 1510, ma entrò nel Tesoro nel 1808, donato dall'arciprete Pietro Crugnola.
 
Il XVII secolo ci ha tramandato, con pochi oggetti di scarso rilievo, sei grandi busti Reliquiari in lastra d'argento sbalzata e cesellata, raffiguranti i papi Pietro e Gregorio I, i vescovi Ambrogio e Carlo Borromeo, le martiri Giustina e Aquilina. Le figure maestose e solenni furono commissionate nel 1663 dall'arciprete Vela all'orafo milanese Aloisio d'Assi, per essere collocate sull'altare maggiore nei pontificali.
 
Del XVIII secolo sopravvive un maggior numero di testimonianze, tra le quali un gruppo di cartegloria per l'altare maggiore in argento sbalzato; il reliquario a teca dell'Agnello mistico, con reliquie della Vergine e della Croce, due ostensori romani, nel periodo Teresiano, caratteristici per le raggiere con spighe di frumento dorate e tralci con grappoli di perle e granati.
 
L'Ottocento infine è presente con una serie di suppellettili liturgiche prodotte dalle migliori botteghe orafe milanesi. A cominciare dai due pani argentei, donati da Napoleone Bonaparte all'offertorio della messa d'incoronazione a Re d'Italia, il 26 maggio 1805 a Milano. E ancora due statue in lamina d'argento raffiguranti i santi Ambrogio e Agostino; una coppia di candelieri a balaustro della bottega di Gian Battista Sala; due piccoli candelieri dell'argentiere Emanuele Caber; una piccola pisside marchiata dall'orafo Francesco Ponzone; una teca per reliquie in argento sbalzato con marchio di Giuseppe Sada; una palmatoria a getto d'argento dell'argentiere Francesco Ceppi. Fa eccezione in questa rassegna di argenti milanesi un piattino russo, dove sull'argento con leggera doratura è niellata la Vergine "platytera" della scuola di Novgorod: l'autore è il rinomato orafo moscovita Ivan Fiodorov, attivo nel primo ventennio.
 
Un "corpus"a sé stante è costituito da alcuni avori donati nel 1825 dalla contessa Carolina Durini Trotti e provenienti dalla collezione del cognato, conte Costanzo Taverna. Il più antico è il Trittico della Vergine con scene dell'infanzia di Cristo (metà sec. XIV), forse di un artigiano italiano che imitava la fiorente e rinomata scuola francese. Il Dittico della "Dormitio Virginis" di bottega parigina (metà sec. XIV) raffigura, sotto un'architettura gotica, l'incoronazione della Vergine in una ta- voletta e nell'altra la scena del trapasso con l'insolito dettaglio iconografico di un angelo che pare accogliere fra le dita l'ultimo alito di vita della Madonna. Il tabernacolo della Vergine è costituito da quattro sportelli mobili, divisi in riquadri con scene della vita di Maria, che si chiudono attorno alla statuetta della Madonna col Bambino, sormontata da un'edicola gotica. E' probabile che si tratti dell'opera di un intagliatore lombardo ispirata a modelli francesi (fine sec. XIV). Il Trittico della Vergine e santi è un altariolo gotico in osso con cornice a intarsi lignei policromi, raffigurante la Madonna con il Bambino fra i santi Giacomo e Antonio Abate e Pietro e Paolo, negli sportelli. E' attribuito alla bottega degli Embriachi (inizi sec. XV). Infine il Trittico della Trinità, un intaglio seicentesco di un artista italiano non immune da influenze meridionali, raffigura al centro Cristo, che riceve il globo terrestre dall'Eterno, sotto la Colomba dello Spirito Santo e in una gloria d'angeli, che reggono i simboli della Passione. Negli sportelli laterali sono rappresentati gli evangelisti con i loro simboli e un sole ed una luna stilizzati.

 
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