Monza Comunica

Portale del Comune di Monza



Torna alla home page




La scultura

Per il Duomo di Monza è il Trecento il secolo che ci offre maggiori e svariate testimonianze nel campo delle arti plastiche e, in particolare, della scultura decorativa, tuttavia si conservano anche importanti memorie riferibili alle numerose campagne edilizie e decorative che contraddistinguono la storia plurisecolare della Basilica di S.Giovanni.
 
I reperti più antichi sono precedenti alla fondazione longobarda e hanno raggiunto l'attuale sistemazione nell'ambito della Basilica sia attraverso il loro riutilizzo come materiali da costruzione, sia con finalità museale.
 
In questo secondo gruppo sono compresi due sarcofagi collocati nel chiostrino settecentesco. Il sarcofago di Audasia Cales (cm. 159x62,5x74) è dedicato da un liberto ellenico, Quinto Audasio Acmazon, alla figlia morta all'età di cinque anni, come recitava l'epigrafe ormai abrasa. Del tipo "a cassapanca", ha fronte e fianchi decorati a rilievo: sul lato principale due figure robuste di Eroti reggono la tabella centrale con l'epigrafe, mentre le testate hanno una specchiatura con un pesante festone appeso a due ganci. Opera locale di età severiana (sec. III), fu usato nel Medioevo come arca delle reliquie posta alla base della mensa dell'altare maggiore. Il sarcofago del Buon Pastore (cm 231x66,578) presenta la sola fronte decorata. Al centro, il Buon Pastore reca sulle spalle l'ariete, accanto è accucciato un cane con collare, a sinistra si sviluppa sinuoso un tralcio di vite. Ai lati sono due specchi strigilati e alle estremità due figure di filosofi, con un rotolo nella mano sinistra, che potrebbero rappresentare gli Apostoli Pietro e Paolo. Presenza isolata in ambito locale, può essere assegnato alla fine del III o all'inizio del IV secolo.
 
Nel portale di facciata, sotto la lunetta trecentesca, una fascia decorativa è costituita da frammenti romani riutilizzati. Si tratta anzitutto di due parti di alzata di coperchio di sarcofago con Eroti che cacciano belve, di diversa origine, ma probabilmente di provenienza locale e databili fra il II e il III secolo. Seguono un frammento con animali marini, della metà del sec. II, e due frammenti di pilastrini con decorazione a candelabra, di diversa origine: mentre il primo potrebbe anche essere un pezzo romanico ispirato a schemi classici, il secondo è di avanzata età antoniniana.
 
Della Basilica di Teodolinda rimangono due plutei di recinzione presbiteriale scolpiti con tecnica a incisione diffusa nei sec. VI e VII. Il primo (cm 127,5x79), conservato nel museo, rappresenta due agnelli adoranti ai lati di una croce gemmata, entro una doppia incorniciatura a girali e coppie di tondini alternati e cerchielli concentrici, incompleta a seguito del rinso del pezzo. Un'epigrafe, sotto la cornice superiore, riporta una frase dal Salmo 12: "Respece et exaudi me Domene D(eu)s meus". La lastra, oggi percorsa da alcune fratture, fu utilizzata nel paramento della prima facciata trecentesca a tre campi, fino al restauro di Luca Beltrami, che la ricollocò sotto la finestra corrispondente alla navata minore destra, dove rimase fino agli anni Sessanta.

Il secondo pluteo (cm 160,5x75.5) è tuttora in opera, nel campo centrale, a sinistra del portale. Raffigura un cristogramma gemmato entro una corona (una ruota), affiancato da due croci latine gemmate, dalle quali pendono le lettere apocalittiche "alfa" e "omega".
 
Nel chiostrino si conserva anche la base, o forse il piano della mensa di un altare altomedievale (cm 148x94,5x10,5). Fu rinvenuta nel 1988 ai piedi dell'altare nella cappella di S.Giovanni Decollato, reimpiegata nel pavimento. Un piano ha soltanto il profilo smussato, l'altro presenta una larga cornice incisa da tre solchi e cinque incavi quadrangolari con resti di piombo fuso: quattro, agli angoli, costituivano la sede dei pilastrini dell'altare, il quinto era forse per il ricovero delle reliquie. E' probabile che la lastra marmorea appartenesse al primitivo altare maggiore della chiesa teodelindea.
 
Nel chiostrino si conservano anche tre frammenti con decorazione a intreccio di tradizione carolingia: sono parti di recinzione presbiteriale databili al IX-X secolo, che testimonierebbero una ripresa di attività edilizia al tempo di Berengario I.
 
Non priva di interesse è la coppia di leoni stilofori che sorreggono il protiro rinascimentale. I due pezzi, fortemente abrasi per l'esposizione all'esterno e mancanti del torso, sono un reimpiego di parti di una struttura più antica e scomparsa, databili al XIII secolo.
 
L'arredo plastico trecentesco della basilica è molto ricco ed è costituito dalle sculture della facciata, dai capitelli dei pilastri interni, dal pulpito campionese e da alcuni elementi decontestualizzati.
 
L'imponente quinta architettonica della facciata a vento fu realizzata in due tempi. Inizialmente limitata ai soli tre campi centrali, dopo la metà del sec. XIV fu completata da Matteo con l'aggiunta dei campi laterali e con il sopralzo, che la portò a un'altezza quasi doppia rispetto al corpo della chiesa.
 
Il portale maggiore, caratterizzato dalla profonda strombatura in cui si alternano colonnine e pilastri modanati, con complessi capitelli corinzi, è coronato dalla grande lunetta scolpita, montata su un piedistallo formato da frammenti antichi riutilizzati. Composta da sette lastre marmoree, in due ordini sovrapposti e separati da una semplice cornice orizzontale, propone nel registro inferiore la scena del Battesimo di Cristo nelle acque del Giordano, con Gesù fra San Giovanni Battista e un angelo che gli tiene la tunica e, separati da due alberelli, i santi Elisabetta e Zaccaria. Alle estremità, oltre una cornice verticale che li separa dalla scena centrale, San Pietro accanto a un arbusto di quercia e San Paolo accanto a un tralcio di vite. Nel registro superiore San Giovanni riceve il donario per il Duomo da Teodolinda, che tiene fra le mani la Corona ferrea e una croce. Alle sue spalle stanno i figli Gundeberga e Adaloaldo, quest'ultimo con un uccellino sul palmo della mano destra e, in ginocchio, il marito Agilulfo. Dietro il re sono raffigurate tre corone votive
con altrettante croci gemmate, mentre accanto al Battista sono rappresentati alcuni pezzi del tesoro, fra cui la chioccia con sette pulcini, la Croce del Regno, la piccola coppa di zaffiro, un grande calice ansato.
 
La scultura, che conserva tracce di policromia, è datata intorno al 1320, sia in ragione dei confronti con le sculture lombarde del primo quarto del secolo, sia in considerazione degli oggetti del tesoro rappresentati, che furono riscattati e restituiti al Duomo nel 1319 da Matteo Visconti, dopo essere stati impegnati da Manfredo della Torre nel 1277. La raffigurazione di questi oggetti, realizzata con la precisione descrittiva di un inventario, sembra voler celebrarne il recupero da parte dei Visconti e rivendicarne il legittimo possesso da parte del San Giovanni monzese.
 
I capitelli dei piloni a sezione ottagona, nella parte occidentale della Basilica e due semicapitelli di sostegno dell'arco trasverso occidentale della campata fra i due organi, sono figurati. Composti da due blocchi di pietra accostati, appartengono alla prima fase edilizia trecentesca del Duomo. Le figurazioni della prima coppia di capitelli verso occidente sono costituite da fiere affrontate; il secondo capitello di sinistra presenta otto aquile ad ali spiegate e quello di destra telamoni accovacciati e altre due coppie di fiere affrontate; il terzo capitello di destra mostra quattro grifi nell'atto di atterrare tre vitelli e un cervo, mentre quello di sinistra mostra una scena complessa con sirene e centauri con teste coronate, che suonano arpe e trombe e calpestano figure umane. In ognuno dei semicapitelli dell'arcone trasverso è rappresentato un Cristo imberbe fra due Evangelisti. Se una certa arcaicità dei caratteri stilistici potrebbe ricondurre questi rilievi alla cultura figurativa settentrionale dei secoli XII e XIII, non mancano numerosi confronti con la scultura milanese e lombarda del primo trecento che, ancora libera da influssi toscani, replica forme e stilemi del proprio repertorio tradizionale di matrice campionese.
 
Nella seconda metà del XIV secolo, l'estensione planimetrica dell'edificio con l'aggiunta delle cappelle comporta l'ampliamento della facciata: Matteo da Campione interviene in questa fase, sia nella progettazione edilizia, sia nell'elaborazione degli elementi decorativi, in una duplice veste, quindi, di architetto e di scultore.
 
Se la cornice superiore delle bifore archiacute dei campi estremi della facciata rivela la cifra stilistica di Matteo nei girali d'acanto con robuste nervature o nella serie di riquadri contenenti elementi vegetali isolati, è nel campo centrale che si manifesta la genialità del maestro campionese.
 
La grande ruota del rosone, scandita da una raggiera di sedici colonne e inserita in una complessa cornice circolare a giri di foglie, rosette e dentelli, è inquadrata in una larga cornice a formelle traforate, in marmo bianco su fondo di marmo scuro, contenenti volti barbuti, fiori e protomi ferine. Ogni formella è incorniciata da una fila di rosette. Gli spazi triangolari fra rosone e riquadratura sono occupati da quadrilobi traforati con fiore centrale. La parete sovrastante propone un cassettonato a traforo, con formelle simili a quelle della riquadratura del rosone, ed è sormontata da nove edicole cieche allungate.
 
Ogni campata si conclude in alto con un oculo, dal profondo sguancio liscio, con un motivo a traforo centrale e un'incorniciatura simile a quella del grande rosone, ma in scala ridotta. Alla sommità dei contrafforti della facciata, sopra ad alte basi con formelle a traforo, si impostano sei edicole aperte, su colonnine, con copertura a pinnacolo, sotto le quali trovano riparo altrettante statue. La statua della prima edicoletta a destra raffigura S.Gregorio Magno benedicente, in trono, ed è l'unica originale campionese. Le altre furono collocate fra il 1907 e il 1908, durante il restauro di Luca Beltrami, e raffigurano, da sinistra: S.Gerardo Tintori, copatrono di Monza, Teodolinda, S.Enrico, S.Ambrogio, S.Elena. Sono degli scultori Secchi e Carminati.
 
E' stato notato come quest'opera di Matteo sia debitrice verso la tradizione lombarda, con alcune cadenze nordiche, riconoscibili ad esempio nell'impiego diffuso della tecnica a traforo, ma con forti ascendenze toscane, riscontrabili nell'esuberanza decorativa del campo centrale.
 
Un altro intervento di Matteo da Campione nel Duomo riguarda il pulpito, oggi utilizzato come cantoria, che sporge nella prima campata fra i due organi. Pur rimanendo nella collocazione originaria, agli inizi del XVIII secolo cambiò forma, assumendo una lunga fronte verso la navata centrale, con la conseguente riduzione dei due lati appoggiati ai piloni cilindrici. Sorretta da colonnette a fusto liscio e da archi a traforo, in origine ribassati, la cassa del pulpito è costituita da lastre marmoree unite da pilastrini, dove quattordici nicchie accolgono altrettante figure, che le iscrizioni sovrastanti in lettere gotiche indicano come gli undici Apostoli, S.Mattia, S.Barnaba e S.Paolo. Ogni nicchia ha colonnine tortili e calotta a conchiglia. Al centro, un balconcino semiesagonale, con un leggio sorretto da un'aquila, reca scolpite le immagini degli Evangelisti in quattro nicchie ai lati e frontalmente, in alto, il Cristo giudice con un tronchetto nella destra, a simboleggiare l'albero della Vita, e
in basso, la Madonna con S.Giovanni Battista, come intercessori.
 
I pilastrini che collegano le lastre recano scolpite quarantacinque figurine, con le rappresentazioni allegoriche dei Vizi, delle Virtù, dei Mesi e con alcuni santi milanesi. Anche nel pulpito si evidenzia l'influsso della tradizione campionese, tradotta nel linguaggio fiorito di Matteo, che si esprime con la stessa varietà di repertorio presente nella facciata.
 
La lastra posteriore del pulpito è ora murata accanto alla porta della sacrestia. Divisa in tre parti accostate, raffigura l'Incoronazione di un imperatore con la Corona ferrea del Regno d'Italia. L'arciprete del Duomo di Monza, con insegne episcopali, assistito da un diacono che ne reca il pastorale e da un suddiacono, impone la Corona ferrea sul capo dell'imperatore, giovane, con scettro gigliato, seduto sul faldistorio. A destra sfilano sei grandi elettori dell'impero: gli arcivescovi di Colonia, Treviri, Magonza, alternati al duca di Sassonia, con la spada imperiale, al langravio di Turingia e al margravio di Brandeburgo. Quest'ultimo consegna ai cittadini monzesi un diploma imperiale, che conferma e rafforza i privilegi della città. Ogni personaggio è indicato da un'epigrafe sovrastante, mentre la cornice superiore reca incisa in caratteri gotici la formula abbreviata dell'incoronazione. Sull'altare, a sinistra, si riconoscono tre calici del Tesoro e una croce, mentre in alto pendono quattro corone votive. La scultura rivela innegabili inflessioni toscane, richiamando i modi di Tino di Camaino, ma mostra affinità stilistiche anche con gli altri rilievi del pulpito, provando la paternità della bottega di Matteo.
 
Il rilievo sembra alludere all'incoronazione regia, nel 1376, del giovane Venceslao di Lussemburgo, primogenito di Carlo IV imperatore, forse anch'esso rappresentato nella lastra nelle vesti dell'elettore di Brandeburgo. L'assenza dell'elettore di Boemia troverebbe spiegazione nel fatto che quel regno era appannaggio di Carlo IV e, alla sua morte, avvenuta nel 1378, di Venceslao. La scultura, quindi, sarebbe da porre in relazione con un'incoronazione mai avvenuta a Monza, ma utilizzata dai monzesi per riaffermare la dignità di caput lombardiae e per rendere visibili i diritti della Chiesa monzese per questa cerimonia, peraltro già riconosciuti nel 1354 da un breve apostolico di Innocenzo IV.
 
Nel Museo del Duomo si conserva anche una grande statua in rame sbalzato che raffigura Giovanni Battista e che in origine stava sul protiro del portale centrale (oggi sostituita da una copia in bronzo). Il santo, in piedi, vestito di pelli, un manto piegato sulla spalla, regge nella sinistra l'Agnus Dei e tiene la destra alzata indicando il cielo. La datazione è controversa, oscillando fra il XIII e i primi anni del XV secolo.
 
Nel chiostrino settecentesco del Duomo si conserva la lastra tombale di Ursina Castiglioni (cm 200x73,5x12), nobildonna forse imparentata con Giacomo Castiglioni, governatore di Monza dal 1427 al 1436. Ursina morì il 1ø febbraio 1433 e fu sepolta in Duomo presso l'altare del Crocefisso. Il rilievo, levigato dal calpestio, raffigura la donna giacente, con veste lunga dalla cintola alta, mantello, acconciatura a bulbo, il capo adagiato su un cuscino con quattro fiocchi agli angoli, stretta in una cor- nice sottile con terminazione ogivale e con due stemmi gentilizi abrasi ai lati dell'ogiva. L'abbigliamento richiama modelli diffusi nella cultura figurativa lombarda del secondo quarto del secolo.
 
Nell'età barocca e rococò, il ruolo affidato alla scultura in Duomo è marginale. In una nicchia nel pilastro intermedio della cappella di S.Giovanni decollato è esposta la testa recisa del Battista deposta in un bacile, opera in marmo realizzata da Gaspare Vismara nel 1640 e donata dai conti Luigi e Giuseppe Archinto. Nel transetto, entro due nicchie aperte nelle pareti occidentali, sono collocate le statue in stucco di S.Gregorio Magno, che regge la Corona Ferrea, e di Teodolinda, commissionate rispettivamente dall'arciprete Giovanni Lezzeni, nel 1718, e dal canonico Andrea Lesmi nel 1722, allo scultore Marco Mauro, attivo nel cantiere della cattedrale di Milano. La commissione è legata alla ripresa del culto del Santo Chiodo di Monza, avvenuta nell'agosto del 1717.
 
Nel 1721 fu realizzato l'altare della cappella oggi dedicata alla Madonna del Rosario: sul timpano erano collocate le statue di S.Caterina d'Alessandria, della Vergine e di una Santa non identificabile.
 
Nel 1743 l'altare subì una trasformazione e la statua di S.Caterina fu spostata nella nicchia dell'altare rococò progettato da Marco Bianchi per la prima cappella a destra dell'ingresso centrale.

 Del 1755 sono due statue in marmo bianco di Carrara, appoggiate su mensole ai lati dell'altare di Santa Lucia, raffiguranti S.Agata e S.Apollonia, che secondo una tradizione furono scolpite a Genova. Di ottima fattura, con il caratteristico panneggio a larghe pieghe, sono assegnate alla cerchia di Francesco Maria Schiaffino.

Nello stesso anno, il ticinese Francesco Carabelli realizzò la grande scultura della Madonna con Bambino per l'altare della Cappella di Teodolinda. Il modello al quale si rifà la statua monzese è la Madonna dell'Albero del Duomo di Milano, da cui peraltro si distingue per una maggior sobrietà che rivela il nuovo interesse per una figurazione classicistica. Quando l'altare fu
rimosso, nel 1884, la statua passò nella nicchia dell'attuale altare del Rosario.
 
 
 

 
| Altro
 

MONZAUTILE

» Pubblicazioni

Tua Monza
consulta e scarica i numeri pubblicati

Guida ai Servizi
per sapere come, dove e quanto costano i servizi del Comune

» Monza SMS

Il Comune sul tuo cellulare.
Scegli fra: News, Eventi, Viabilità, Trasporti, Infobimbi, Lavori SS36.
Iscriviti online o vai allo Sportello al Cittadino.

» Monza Newsletter

Il Comune sul tuo pc.
Ogni 15 giorni aggiornamenti su novità e iniziative del Comune di Monza.

Iscriviti!

» Servizi on-line

Con la Carta Regionale dei Servizi (CRS), prenoti e invii pratiche, paghi e segnali: tutto da casa o dall’ufficio.