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La Cappella di Teodolinda

Cappella TeodolindaInterno del Duomo di Monza

Quando le autorità religiose e civili di Monza affidarono alla bottega degli Zavattari il compito di decorare le pareti della Cappella di San Vincenzo, nel Duomo di Monza, con le Storie della fondatrice del tempio, erano trascorsi più di otto secoli dagli eventi che si andavano a rappresentare e la chiesa palatina edificata da Teodolinda aveva lasciato il posto da più di cent'anni,al nuovo edificio trecentesco promosso dai Visconti e concluso da Matteo da Campione.
Si può sostenere che il ciclo degli Zavattari chiuda la ricostruzione completa del san Giovanni monzese, iniziata il 31 maggio 1300 con la posa della prima pietra ad opera dell'arciprete Avvocato degli Avvocati e proseguita poco oltre il 23 maggio 1396, data di morte di Matteo da Campione.

Le Storie di Teodolinda, per il forte impatto che esercitano sul pubblico e per la specificità nel contesto della pittura tardogotica, hanno offuscato con la loro fortuna i dipinti dell'arcone e della volta, sui quali solo recentemente si èaperto un confronto critico dagli sviluppi interessanti. L'arconeè dominato dalla figura di san Giovanni Battista, affiancato da Teodolinda con un seguito di dame in ricchi abitiquattrocenteschi e, in posizione simmetrica, da Autari, Agilulfo e Adaloaldo, accompagnati da altrettanti dignitari a completare la saga longobarda. Secondo la leggenda riportata dal cronista monzese trecentesco, Bonincontro Morigia, la regina risponde "etiam" al messaggio che una colomba bianca tiene nel becco: "modo". L'intradosso dell'arco di accesso reca le immagini di quattro santi-militari, con armature e tuniche strette in vita: Vittore, Alessandro, Maurizio e Giorgio.
 
Complesso è il programma iconografico della volta: nelle tre vele absidali sono raffigurati i santi Vincenzo, fra Stefano e Lorenzo, in vesti diaconali, entro nicchie di marmo sormontate da fragili architetture gotiche. Negli spicchi laterali compaiono le figure accoppiate degli Evangelisti, Marco e Matteo, a sinistra, Giovanni e Luca, a destra, su troni marmorei, intenti a scrivere i testi sacri. La grande vela frontale è occupata da un banco marmoreo, con ampia predella e dossale elaborato, su cui siedono tre figure di vecchi con aureole polilobate: il vescovo Anastasio, al centro, e due altri venerabili personaggi ai lati.
 
Eseguiti poco prima delle "Storie di Teodolinda", i dipinti di arcone, sottarco e volta troverebbero probanti corrispondenze in area piemontese, fra Castelnuovo di Ceva e Mondovì: per essi si affaccia il nome di Antonio da Monteregale.
 
Le Storie di Teodolinda sono riconosciute come il più importante ciclo pittorico del Gotico Internazionale: la vicenda, protettata "sullo sfondo di un cerimoniale di lusso infinito, fine a sé stesso, specchio di una società aristocratica quasi prigioniera di un sogno", trae spunto dai resoconti storici del longobardo Paolo Diacono, autore della Historia Langobardorum, e del monzese Bonincontro Morigia, autore del Chronicon Modoetiense. Entrambi i testi concorrono in diversa misura alla preparazione del programma iconografico. Ad esempio, mentre la fonte di ispirazione delle scene precedenti il "matrimonio di Teodolinda con Autari" è prevalentemente in Paolo Diacono, gli episodi relativi alla fondazione del san Giovanni, dal "sogno di Teodolinda", alla "distruzione degli idoli pagani per ricavare arredi liturgici", si trovano in Bonincontro.
 
Quarantacinque scene occupano le pareti della cappella su cinque registri sovrapposti, seguendo un andamento orizzontale da sinistra verso destra. Le prime venti descrivono i preliminari al matrimonio di Teodolinda con Autari e la ventunesima i relativi festeggiamenti a Verona. Poi il re Autari muore e Teodolinda ottiene dalla Dieta dei Longobardi di scegliere il successore. Le scene dalla venticinquesima alla trentesima ci conducono allo sposalizio con Agilulfo e ai successivi festeggiamenti. A questo punto il racconto assume ritmi più serrati, mostrandoci "il sogno della regina", che le preannuncia la visione celeste della colomba, la partenza, "l'apparizione della colomba", la "fondazione del tempio", la "distruzione degli idoli pagani per ricavarne preziosi arredi liturgici", la "donazione del tesoro" all'arciprete di San Giovanni, la "morte del re", "l'invio di doni da papa Gregorio a Teodolinda", la "morte della regina". Gli ultimi quattro riquadri illustrano la sfortunata spedizione in Italia dell'imperatore bizantino Costante II, alla conquista del regno longobardo.
 
Un'iscrizione nell'ultima scena del quarto registro spiega che gli autori del ciclo appartengono alla famiglia degli Zavattari e che ornarono le pareti - ma non la volta - con grande fedeltà al testo storico. L'anno 1444 chiude la breve nota. Famiglia di pittori attiva nella Milano tardomedievale, gli Zavattari lavoravano molto nella Lombardia occidentale: è possibile ricostruire cinque generazioni di artisti tra la fine del sec. XIV e i primi anni del XVI.
 
E' tuttavia un documento del 10 marzo 1455 a fornire indicazioni più precise sull'impegno nel Duomo di Monza di tre esponenti di quella bottega: si tratta del contratto stipulato fra sette canonici del Duomo - uno dei quali a nome del Comune - e un fabbriciere, da una parte, e Franceschino Zavattari con il figlio Gregorio, dall'altra, i quali si impegnavano a dipingere la metà di quello che ancora restava da dipingere nella cappella di san Vincenzo, con l'aiuto di un altro figlio, Giovanni, e di un famulo. Il lavoro si sarebbe svolto fra aprile e novembre, con un compenso di 16 soldi "per diem" ciascuno e sei per il famulo. Se i committenti fossero rimasti soddisfatti, i pittori avrebbero potuto completare l'opera nello stesso periodo dell'anno successivo.
 
Il documento fa luce anzitutto sul tempo nel quale si svolse l'impresa. La data 1444 posta alla fine del quarto registro lascia supporre che il contratto si riferisca al quinto, dal che si può evincere che il lavoro dovette avviarsi all'inizio del quinto decennio per concludersi nel 1446. Il contratto è di aiuto nell'individuazione dei diversi interventi all'interno del ciclo, comunque dominati da "una decisa unità di procedimenti tecnici, di cartoni, di inquadrature e di tessuto cromatico". Se l'autore dei primi due registri sembra essere un solo artista, forse Franceschino, molto prossimo ai modi di Michelino da Besozzo, dalla scena pisanelliana della "Vittoria di Childeberto sui Bavari", nel terzo registro, intervengono altri artisti in un ruolo di maggiore impegno, mentre la caratterizzazione di alcuni volti, nel quarto, rivelerebbe una commistione fra il gusto di Masolino e quello di Pisanello, "ultimo guardarobiere di corte". Le scene più felici delle Storie, dalla "fondazione del Duomo" (né 34) alla fine, rivelano la presenza di un pittore più moderno che, pur rinnovando "l'antica vena realistica lombarda", si mostra sensibile alla nuova cultura umanistica e si "allontana culturalmente" dalla bottega zavattariana, cui probabilmente appartiene.
 
Il problema della committenza è intimamente legato ai messaggi contenuti nel ciclo. Il contratto del 1445 denuncia indubbiamente una responsabilità diretta dei pittori nei confronti del Capitolo e della Fabbrica del Duomo. Peraltro, il tono profano del racconto e la preponderanza delle scene legate alle vicende matrimoniali della regina - 28 su 45 - inducono a una lettura del ciclo in relazione con le nozze fra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza, accadute nel 1441 e forse a una committenza ducale, seppur mediata dall'autorità religiosa locale. Conferme a tale ipotesi verrebbero dall'araldica della cappella. Alla profusione di stemmi viscontei, persino sui costoloni della volta, si aggiungono due grandi stemmi sforzeschi e tre dei Visconti in corrispondenza delle finestre: uno di questi, il "capitergium cum gassa" è di significato nunziale.
 
E' un'ipotesi suggestiva quella che vedrebbe l'analogia fra Bianca Maria e Teodolinda: come la regina longobarda, sposando Agilulfo, ne fa il re dei longobardi, così Bianca Maria, sposando lo Sforza, ne legittima la successione alla guida del ducato. Anche la data 1444, apposta nel quarto registro, si potrebbe leggere nella stessa ottica, infatti proprio all'inizio di quell'anno Bianca Maria dà alla luce il figlio Galeazzo Maria. Quanto alla vicenda conclusiva delle Storie, si può intravvedere nella spedizione ingloriosa di Costante II "un monito verso futuri pretendenti" e l'auspicio di una protezione del Precursore sulla nazione lombarda.
 
Non va infine dimenticato l'intento celebrativo della sovrana longobarda, artefice delle fortune di Monza e della sua Chiesa. I suoi resti, dal 1308, riposano proprio nel sarcofago collocato dietro all'altare, come suggerisce anche l'epigrafe dipinta nella scena n.41, dei "funerali di Teodolinda". Gli episodi miracolosi del "sogno" e dell'apparizione della colomba, precedenti la fondazione della cappella palatina, rispondono all'esigenza di esaltare fede e devozione della "cristianissima" regina. Teodolinda è pure vista nel ruolo rigorosamente storico di "committente d'arte" negli episodi della formazione e della donazione del tesoro, dove la chioccia, la corona ferrea, i calici, le croci vengono consegnati all'arciprete e ai canonici del Duomo, mentre la regina, che assiste compiaciuta accanto ad Agilulfo, ne legittima il possesso da parte della Basilica.


 

 
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